
(Adnkronos) – Secondo il Washington Post, il numero di soldati statunitensi deceduti nella guerra contro l’Iran sarebbe di 22, superiore rispetto al bilancio ufficiale comunicato dal Pentagono. La pubblicazione cita sei funzionari americani a conoscenza dei dati interni riguardanti le vittime del Dipartimento della Difesa; cinque di loro confermano almeno 22 soldati morti, ossia quattro più rispetto alle informazioni disponibili nel database pubblico. Un sesto funzionario menziona un totale di 23 vittime: sebbene non tutte siano direttamente collegate al conflitto, si tratterebbe comunque di personale operativo in Medio Oriente durante le attuali ostilità. È stata segnalata anche la morte di tre contractor statunitensi nella regione.
Ambiguità nel bilancio delle vittime
Attualmente, il database pubblico Defense Casualty Analysis System (Dcas) registra 18 vittime tra le forze armate americane. Fattori di confusione emergono dalle categorie di classificazione delle vittime: 14 decessi sono stati attribuiti all’operazione Epic Fury, nome scelto dall’amministrazione Trump per la guerra contro l’Iran. Altri quattro caduti figurano in una categoria distinta chiamata Overseas Operations, la quale si riferisce al periodo successivo al cessate il fuoco di luglio tra Washington e Teheran, poi interrotto a causa della ripresa delle ostilità. Durante l’estate, alcuni decessi erano stati temporaneamente esclusi dal database, portando l’amministrazione a riconsiderare la nuova fase del conflitto come Overseas Operations, piuttosto che parte dell’operazione Epic Fury.
Decorrenza delle perdite e impatto politico
Tra i casi non riportati nel database è presente il sergente Devin Seibel, morto il 31 maggio a Irbil, in Iraq, durante un incidente durante l’addestramento nel contesto dell’operazione Inherent Resolve contro lo Stato islamico. Anche il maggiore Sorffly Davius è deceduto il 6 marzo in Kuwait per un’emergenza medica non specificata mentre partecipava all’operazione Spartan Shield. Il Pentagono ha confermato che, da febbraio, altri due soldati sono deceduti in missioni non correlate alla guerra contro l’Iran, in incidenti avvenuti in basi colpite da forze iraniane. Secondo il database Dcas, il conflitto ha provocato oltre 820 feriti tra le truppe americane, molti dei quali con trauma cranico a seguito di contrattacchi iraniani contro le basi statunitensi.
Il Comando centrale degli Stati Uniti (CentCom) ha stimato che il costo della guerra ha superato i 43,6 miliardi di dollari fino a inizio settembre, includendo 28 miliardi di spese per munizioni. Alti ufficiali militari avrebbero avvertito il segretario alla Difesa Pete Hegseth sui rischi di un prolungamento delle operazioni contro l’Iran, con conseguenze sulla capacità di affrontare altre minacce, inclusa l’insicurezza interna. Politicamente, la guerra sta creando difficoltà per il presidente Donald Trump e il partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato; un recente sondaggio indica che solo il 28% degli americani approva la gestione della crisi iraniana da parte del presidente, contro il 62% di disapprovazione.
Martedì, sette membri repubblicani hanno votato insieme ai democratici alla Camera per approvare una misura simbolica per interrompere la guerra, continuando una serie di risoluzioni sui poteri di guerra approvate dal Congresso. Il deputato repubblicano Thomas Massie ha avviato un tentativo di forzare un voto per l’impeachment di Hegseth, accusandolo di violazioni della War Powers Resolution del 1973. In caso di riconquista della maggioranza dopo le elezioni di novembre, i senatori democratici hanno annunciato l’intenzione di indagare sulla gestione del Pentagono riguardante le segnalazioni di vittime.
Questa notizia evidenzia la crescente complessità del conflitto e le ripercussioni sia sul fronte militare che su quello politico negli Stati Uniti, sottolineando le difficoltà nella gestione dei dati relativi alle vittime e le conseguenze della guerra sul panorama elettorale.
