
L’ibogaina: un potenziale trattamento per le dipendenze
(Adnkronos) – L’ibogaina è una sostanza allucinogena e psichedelica che ha attirato l’attenzione per le sue possibili applicazioni nel trattamento delle dipendenze e nel disturbo post-traumatico. Si tratta di un alcaloide psicoattivo presente in alcune piante, in particolare nell’iboga (Tabernanthe iboga), un arbusto originario dell’Africa che viene utilizzato nella medicina tradizionale. Recentemente, l’ibogaina è stata menzionata da Presley Gerber, figlio della nota modella Cindy Crawford, morto a 27 anni in una struttura di riabilitazione. Gerber ha parlato dell’assunzione di questa sostanza in un post su Instagram nel marzo scorso.
Secondo Riccardo Gatti, psichiatra e coordinatore del tavolo tecnico della Regione Lombardia sulle dipendenze, l’ibogaina è stata oggetto di studi scientifici che ne evidenziano un potenziale effetto positivo nel trattamento di alcune forme di dipendenza. “Recentemente, l’ibogaina ha iniziato a essere sperimentata negli Stati Uniti, dove le ricerche suggeriscono che potrebbe provocare un ‘reset’ neuronale, riducendo il desiderio compulsivo di altre sostanze”, spiega Gatti. Tuttavia, l’uso di questa sostanza presenta dei rischi significativi, tra cui la possibilità di gravi aritmie cardiache, specialmente in caso di assunzione concomitante con antidepressivi.
I rischi legati all’uso non controllato
In un contesto in cui i social media possono promuovere l’uso dell’ibogaina per le sue presunte capacità di migliorare le prestazioni cognitive, Gatti avverte che molti individui potrebbero iniziare a usare la sostanza senza la supervisione adeguata, aumentando il rischio di sviluppare dipendenze e di affrontare conseguenze gravi. L’esperto sottolinea l’importanza di distinguere tra l’uso terapeutico della sostanza, che deve avvenire in contesti controllati e assistiti, e l’abuso, che può portare a situazioni pericolose.
Gatti conclude evidenziando come la ricerca sull’ibogaina e altre sostanze psichedeliche richieda tempo, con risultati attesi solo tra anni. Le attuali indagini si concentrano su popolazioni limitate e non ci sono dati definitivi sull’uso clinico di queste sostanze. Nonostante l’interesse crescente e l’emergere di startup che promuovono la ricerca in questo campo, Gatti ribadisce l’importanza di procedere con cautela e di non perdere di vista i pericoli connessi all’uso incontrollato di sostanze psicoattive.
La rilevanza di questa notizia si manifesta nella crescente attenzione rivolta all’ibogaina in relazione alla sua potenziale efficacia nel trattamento delle dipendenze, ma anche nei rischi associati a un uso inappropriato. È cruciale continuare a informare il pubblico sui pericoli e sull’importanza di un approccio scientifico e controllato nella ricerca e nell’uso di sostanze allucinogene.
