
Il rischio del caffè caldo: uno studio mette in allerta
(Adnkronos) – “Ammazzo il tempo bevendo caffè nero bollente”. Questa celebre frase di Fiorella Mannoia, espressa al suo debutto al Festival di Sanremo nel 1981, assume oggi un nuovo significato alla luce di recenti scoperte scientifiche. Uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Oxford ha infatti evidenziato come il consumo di caffè e tè a temperature elevate possa incrementare il rischio di sviluppare il cancro all’esofago fino a tre volte. Questo studio ha monitorato quasi un milione di adulti nel Regno Unito, seguendoli per una media di 14,2 anni e rivelando che liquidi a temperature superiori ai 65 gradi Celsius possono danneggiare il rivestimento esofageo durante il loro transito verso lo stomaco.
Le temperature da evitare e le raccomandazioni degli esperti
Pubblicato sull’International Journal of Cancer, il rapporto sottolinea che si considera “molto calda” ogni bevanda che supera i 65 gradi Celsius. I dati analizzati indicano che il consumo quotidiano di sei o più tazze di queste bevande può portare a un aumento significativo del rischio di cancro. Tuttavia, gli esperti avvertono che, nonostante il rischio sia triplicato per chi consuma bevande a temperature elevate, la probabilità complessiva di sviluppare questo tipo di tumore rimane bassa.
Per ridurre il rischio, si consiglia di aspettare che il caffè o il tè si raffreddino prima di berli. Secondo Matteo Bassetti, direttore delle Malattie Infettive all’ospedale policlinico San Martino di Genova, non è necessario rinunciare alle bevande calde, ma è sufficiente lasciare raffreddare il liquido per alcuni minuti. In effetti, potrebbero bastare cinque minuti di attesa per garantire una migliore sicurezza.
In conclusione, sebbene il consumo di bevande calde possa presentare dei rischi, come evidenziato dallo studio britannico, è importante ricordare che la maggior parte dei casi di cancro esofageo potrebbero essere prevenuti semplicemente moderando la temperatura delle bevande. Le nuove ricerche suggeriscono la necessità di ulteriori investigazioni per comprendere appieno le temperature precise associate a un incremento del rischio, contribuendo così alla salute pubblica attraverso una consapevolezza maggiore sui nostri consumi quotidiani.
